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Ozio
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Il termine mwawozio (derivato dal mwbalatino mwbqotium) genericamente si riferisce a ciò che caratterizza un lasso di tempo, più o meno lungo, durante il quale, occasionalmente o abitualmente, per carattere, per libera scelta o per costrizione, non si svolga nessuna attività particolarmente profittevolecite-ref-treccani-1-0[1] come può accadere che si presenti nel caso del cosiddetto "dolce far niente" inteso come «uno stato di ozio felice e spensierato».cite-ref-2[2]

Contents

Note

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Storia del concetto

Dapprima furono i Greci a celebrare l'ozio, collegandolo soprattutto alle classi aristocratiche e dominanti.

«I Greci nell’epoca del loro splendore non avevano che disprezzo per il lavoro, solo agli schiavi era permesso di lavorare: l’uomo libero conosceva esclusivamente gli esercizi ginnici e i giochi dello spirito. Era questa l’epoca in cui si viveva e si respirava in mezzo a un popolo di Aristoteli, di Fidia, di Aristofani; erano questi i tempi in cui un pugno di valorosi travolgeva a Maratona le orde di quell’Asia che di lì a non molto Alessandro avrebbe conquistato. I filosofi dell’antichità insegnavano il disprezzo per il lavoro, degradazione dell’uomo libero; i poeti cantavano l’ozio, dono degli dèi: «O Meliboee, deus nobis haec otia fecit» (

«O Melibeo, quest’ozio è il dono di un dio

»)»

(Virgilio, Bucolichecite-ref-3[3])

Erano esclusi da questo privilegio, innanzitutto gli stranieri o i membri delle classi subalterne. Le persone dedite ai lavori manuali, come gli artigiani, non erano ben considerate in quanto scarsamente dedite all'ozio, che era alimentato dalla partecipazione alle attività teatrali, sportive o politiche. Il termine ozio era espresso dai Greci con la parola mwhqσχολή (mwhgscholḗ)cite-ref-4[4]cite-ref-5[5] che, secondo un'interpretazione etimologicacite-ref-6[6], significava inizialmente "tempo libero" per cui l'ozio indicherebbe il possedere del tempo da usare in attività disinteressate come lo studio con senz'altro fine che la conoscenza o la contemplazione intima di sé stessi.cite-ref-7[7]

Nell'antichità romana il termine indicava un periodo di tempo libero dagli affari (mwmanegotia) pubblici o politici in cui ci si poteva dedicare a un'occupazione che riguardasse lo studio (mwmqotium litteratum) o il soddisfacimento dei propri impegni domestici o della mwmgcura del proprio patrimonio.cite-ref-treccani-1-1[1] Di conseguenza lo schiavo, che per definizione era uno mwnwinstrumentum vocale, non poteva essere ozioso in quanto destinato solo all'azione produttiva materiale.

Per mwoqCatone il vecchio (234–149 a.C.), al quale viene attribuito il detto «l'ozio è il padre dei vizi»cite-ref-8[8], l'mwpgotium, che non va confuso con la mwpwinertia, ossia l'assenza di ogni mwqaars e neppure con la mwqqdesidia, ossia lo "star sempre seduti", è la migliore espressione delle antiche virtù romane, l'operosità in primo luogo, incarnate dal mwqgmos maiorum. Catone infatti, che avrebbe voluto che il foro fosse lastricato di pietre aguzze per non far sostare i passanti romani a chiacchierare pigramente come fanno a dismisura i greci, loro sì, oziosi cite-ref-9[9], è convinto che:

«Dagli uomini grandi ci si aspetta che sia grande non solo il loro modo di esercitare negotia, ma anche quello di comportarsi negli otia.

»

A parere di Catone dunque, si può essere grandi non solo nel fare ma anche nell'otium. Un insegnamento questo accolto da Cicerone che confrontava il suo otium con quello di mwuwCassio Longino: infatti, mentre questo impiegava il suo tempo libero nel leggere orazioni, c'era qualcuno più grande di lui che, come affermava orgogliosamente mwvaCicerone, impegnava il suo otium a scriverle:

«tu dici che, quando sei otiosus, leggi delle orazioni: allora sappi che io, quando sono in otium, le orazioni le scrivo

»

La tormentata età di Cesare, attraversata dai gravi eventi politici, è segnata dalla comparsa di alcuni grandi letterati come mwwwGaio Valerio Catullo (84 a.C.–54 a.C.), mwxaTito Lucrezio Caro (94 a.C.-50 a.C.) e Cicerone, che esprimono nelle loro opere la disillusione dei loro progetti politici. Catullo e Lucrezio contribuiscono a creare la nuova figura dell'intellettuale che rifiuta l'impegno politico e si isola, dedicandosi interamente alla letteratura. Catullo profonde il suo otium nella poesia amorosa, come era ora intesa dai mwxqmwxgneoteroi, gli emuli dei raffinati lirici alessandrini. Lucrezio, dopo la crisi dei valori sociali romani, si isola nell'individualismo epicureo che sostituisce l'amicizia alla politica e si dedica alla ricerca della verità usando, come i primi filosofi greci, un linguaggio poetico arcaico e solenne.

Cicerone considera l'ozio, studio delle arti liberali e del pensiero filosofico, come una caratteristica dell'uomo libero che ne fa strumento di impegno civile e politicocite-ref-12[12]. mwzaScipione l'Africano, che nel mwzqDe re publica rappresentava il modello di intellettuale e capo politico illuminato che non si era mai abbandonato all'otium, in quanto «anche nel tempo libero Scipione pensava agli affari pubblici», nel mwzgDe officiis Cicerone lo mette a confronto con la sua condizione di forzata assenza dall'attività politica, da un impegno che egli ha allora trasfuso in quell'otium intellettuale che gli ha permesso la produzione di un'ampia opera filosofica:

«Ma né il mio tempo libero né la mia solitudine sono da paragonarsi a quelli dell’Africano. Lui si prendeva ogni tanto del tempo libero per riposare dagli splendidi servigi prestati alla città, e lasciava talvolta la compagnia degli uomini per ritirarsi nella solitudine come in un porto; invece il mio tempo libero è nato non dal bisogno di riposo, ma dalla mancanza di impiego […] io invece, che non ho altrettanta capacità di astrarmi dalla solitudine in un pensiero silenzioso, ho dedicato tutta la mia cura e la mia attenzione a questo lavoro di scrittura. Ho dunque scritto di più in questo breve tempo da che lo stato è crollato, che non nei molti anni in cui era in piedi.»


Una scelta simile a quella di Cicerone, ma senza auto compatimenti e rimpianti, sembra essere quella di mwaqSallustio (86 a.C.-35 a.C.):

«Ma io nel principio, da adolescente, così come la gran parte, fui trascinato dalla passione per lo stato, e allora ebbi molte delusioni. Infatti al posto del rispetto, del disinteresse e del merito, vigevano la sfrontatezza, l’avidità e la corruzione… Allora, quando il mio animo trovò sollievo dopo sventure e pericoli, e decisi che il resto della vita l’avrei trascorso lontano dalla politica, non fu mia intenzione di lasciar consumare il tempo nella pigrizia e nella inoperosità, ma neppure trascorrere il resto della vita intento alla coltivazione dei campi, alla caccia, o a lavori umili; ma, ritornato alla primitiva occupazione, ossia lo studio, dal quale la nefasta ambizione politica mi aveva allontanato, decisi di scrivere i fatti storici di Roma…»

(Sallustio, De coniuratione Catilinae, 3, 3-5; 4, 1-4)

Ormai in età imperiale anche il poeta satirico mwbaGiovenale è critico con la tendenza dei suoi contemporanei ad interessarsi soltanto al tempo libero da dedicare agli spettacoli del circo, coniando la famosa espressione “mwbqpanem et circenses”. Ormai l'ozio aveva cessato di essere un privilegio per le classi dominanti, divenendo accessibile anche ai più poveri, foraggiati dalle distribuzioni alimentari gratuite.cite-ref-13[13]

Il primo ad occuparsi in modo articolato e completo dell'ozio fu il filosofo romano mwdwLucio Anneo Seneca nei due dialoghi mweamweqDe brevitate vitae e mwegmwewDe otio. Secondo il suo schema di pensiero, l'ozio sarebbe da intendersi come sinonimo di vita ritirata, a cui l'uomo saggio dovrebbe necessariamente votarsi per non vivere in una società corrotta.

«[Quando] lo stato è corrotto oltre ogni rimedio, se è nelle mani dei malvagi, il saggio si risparmierà sforzi inutili e non si sacrificherà nella previsione di non conseguire alcun risultato


A questo punto allora l'otium per il saggio diventa una necessità:

«Se vorrò passare in rassegna gli stati ad uno ad uno, non ne troverò nessuno che possa tollerare il saggio o essere da lui tollerato. E se non si trova quello stato che immaginiamo, il ritiro viene ad essere una necessità per tutti […]

»

Con il cristianesimo la considerazione dell'ozio subisce una svalutazione tale che nella teologia morale l'ozio viene considerato come una trascuratezza dei propri doveri, la cui gravità dipende dall'importanza di ciò che non è stato fatto. In quest'ultima accezione nel cattolicesimo si parla di mwiaaccidia, cioè dell'indolenza ad operare il bene, considerata come uno dei sette mwiqvizi capitali. Il giudizio sulla negatività dell'ozio diviene particolarmente evidente con la mwigriforma protestante, quando si afferma l'idea della sacralità del lavoro che, quando genera buoni frutti, offre al credente la prova della benevolenza divina nei suoi confronti.cite-ref-16[16]

Ancora una volta dell'ozio si appropriarono le classi dominanti come nella mwkaGran Bretagna del XVIII e XIX secolo. Una vera e propria teorica dell'ozio è elaborata dal pensatore inglese mwkqBertrand Russell nel suo saggio mwkgElogio dell'ozio, in cui pone enfasi sull'importanza del sapere inutile rispetto a quello pratico. Saranno infatti proprio questi "oziosi", che si contrapponevano ad una moltitudine di salariati senza tempo a disposizione, a creare nuovi orizzonti per la scienza, per la letteratura e per la cultura in generale.cite-ref-17[17]

Una singolare concezione dell'ozio è quella elaborata dal genero di Karl Marx, mwnaPaul Lafargue, che era stato discepolo di mwnqProudhon e fondatore con mwngJules Guesde del mwnwPartito operaio francese. Nel suo pamphlet mwoamwoqIl diritto all’ozio pubblicato nel 1880 Lafargue si oppone nettamente alla visione del mwogmarxismo che considerava il lavoro come massima espressione dell'uomo e strumento di rivendicazione e riscossa sociale. Al contrario:

«O Ozio, abbi pietà della nostra lunga miseria! O Ozio, padre delle arti e delle nobili virtù, sii il balsamo delle angosce umane!

»

poiché è proprio il lavoro che avvilisce l'umanità, così che

«Se, sradicando dal suo cuore il vizio che la domina e ne avvilisce la natura, la classe operaia si levasse con la sua forza terribile non per reclamare i Diritti dell’uomo, che altro non sono che i diritti dello sfruttamento, non per reclamare il Diritto al lavoro, che altro non è se non il diritto alla miseria, ma per forgiare una legge bronzea che proibisse a ognuno di lavorare più di tre ore al giorno, la Terra, la vecchia Terra, fremente di gioia, sentirebbe un nuovo universo nascere in sé…

»

Lo stesso Marx, in ogni caso, auspicava - nell'alveo della società socialista da egli delineata - un'abolizione del lavoro, conseguenza della fine del sistema produttivo e di scambio tipico del sistema capitalista.cite-ref-20[20]

L'ozio nella cultura di massa

«È impossibile godere la pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere il tempo diventa una mera occupazione, allora, e un'occupazione tra le più affaticanti. L'ozio, come i baci, per esser dolce deve essere rubato.

»

Una sottile analisi di tutto ciò che non va confuso con il concetto di semplice ozio è nell'opera mwvgOblomov di mwvwIvan Aleksandrovič Gončarov. Il protagonista del romanzo rappresenta l'incarnazione non dellmwwa'mwwqotium litteratum ma di tutto ciò che confina con l'ozio ma non lo rappresenta interamente: l'indolenza, l'apatia, la noia, la pigrizia, il rimpianto per l'infanzia vissuta nel ricordo come un'età priva di responsabilità. Nonostante tutto la vita di Oblomov sarà serena e quasi felice perché

«Lo stare coricato non era per Ilià Ilìc’ una necessità come per un ammalato o per un uomo che abbia sonno, né un caso eccezionale come per chi sia stanco e bisognoso di riposo, e neppure un godimento, come per chi sia pigro: era semplicemente il suo stato normale.

»

Notevoli sono poi i lavori dello scrittore umoristico inglese mwyaJerome Klapka Jerome come mwyqmwygTre uomini in barca, mwywmwzaTre uomini a zonzo, mwzqmwzgI pensieri oziosi di un ozioso. Jerome K. Jerome contribuì a diffondere nella mwzwcultura di massa l'idea della positività dell'ozio, dalle tribune della rivista da lui fondata, mw0aThe Idler (lett.: mw0gIl fannullone).

Nel 2005 il giornalista e scrittore britannico mw1aTom Hodgkinson ha elaborato addirittura un mw1qmanifesto sull'ozio, con la previsione di punti programmatici.

In Italia si ricorda soprattutto la provocazione beffarda del poeta laziale mw1wGiovanni Battista Marini, detto "Titta", che nel dopoguerra fondò il circolo mw2aFronte dell'ozio, con tanto di logo (un granchio che spezza una vanga) e un programma per gli aderenti chiamati "Ozzziosi" (con tre zeta).

Sugli stessi temi il filosofo mw2gDomenico De Masi pubblicò i libri mw2wIl futuro del lavoro. Fatica e ozio nella società postindustriale (Milano, Rizzoli, 1999, 2007) e mw3aL'ozio creativo (Milano, Rizzoli, 2002).

Nel 2012, il disegnatore newyorkese Tim Kreider ha pubblicato un articolo sul mw3wNew York Times intitolato "The ‘Busy’ Trap"cite-ref-23[23], in cui descrive i suoi conoscenti, perfino i bambini, come esausti dal carico di occupazioni, afflitti dall'ansia cronica e dal senso di colpa per ogni minuto di inattività. Lo scambio via Skype con una collega che si era recentemente trasferita in Francia è l'occasione per riflettere su questa condizione: la collega aveva sempre pensato di essere ansiosa e depressa, mentre in Francia per la prima volta scopriva di poter essere felice e aveva iniziato da poco una relazione amorosa. Kreider descrive quindi la propria giornata tipo come più "produttiva" di molte altre persone, proprio perché sfugge alla trappola dello stress delle occupazioni continue.

«Non sono impegnato. Sono la persona più pigra che conosco. Come la maggior parte degli scrittori, mi sento un reprobo che non merita di vivere il giorno in cui non scrivo; ma sento anche che quattro o cinque ore sono abbastanza per guadagnarmi il diritto di vivere su questo pianeta un giorno di più. Nei migliori giorni qualunque della mia vita, scrivo la mattina, faccio un lungo giro in bicicletta e mi perdo a camminare nel pomeriggio, e la sera vedo degli amici, leggo o guardo un film. Questo, mi sembra, è un ritmo sano e piacevole per un giorno.»

Note

cite-note-treccani-11. citereftreccani-oziomw7qmw7gOzio, in mw7wTreccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. mw8aURL consultato il 2 gennaio 2019.
cite-note-22. mw9amw9qmw9g“Dolce far niente”, in mw9wNuovo De Mauro. mw-aURL consultato il 2 gennaio 2019.
cite-note-33. mw-aP. Lafargue, mw-qmw-gIl diritto all'ozio (mw-wmwaqaPDF), p.mwaqe 27.
cite-note-44. mwaqymwaqcmwaqgscuola, in mwaqkDizionario etimologico on line. mwaqoURL consultato il 2 gennaio 2019.
cite-note-55. mwaq4Federico Zucchelli, mwaq8Viva l'ozio abbasso il negozio, Scipioni, 2006, p.mwara 14.
cite-note-66. mwaruUmberto Tenuta, mwarymwarcScuola, Scholè, Otium - Tempo libero, studio, amore del sapere, filosofia, su mwargedscuola.eu. mwarkURL consultato il 2 gennaio 2019.
cite-note-77. mwar0Salvatore Natoli, mwar4mwar8ozio, su mwasariflessioni.it, in mwaseL'avvenire del 25 aprile 2001. mwasiURL consultato il 2 gennaio 2019.
cite-note-88. Federico Zucchelli, mwasyop. cit., p. 39.
cite-note-99. Plino il vecchio, mwasoStoria naturale, XIX, 6, 24.
cite-note-101. Cicerone, mwas4Pro Plancio, 27, 66.
cite-note-112. Maurizio Bettini, mwatiLe virtù dell'ozio romano, la Repubblica, 31 marzo 2012
cite-note-1212. Cicerone, mwatyDe oratore, mwatcArchia mwatgpassim.
cite-note-1313. mwatw mwat4«Il popolo romano non si cura più di niente: una volta distribuiva pieni poteri, fasci, legioni, tutto; ora non si interessa più e desidera ansioso solo due cose: pane e giochi» mwat8(Giovenale, mwauaSatira X, 81)
cite-note-143. mwauqL.A.Seneca, mwauuDe Otio, a cura di I. Dionigi, Brescia, Paideia, 1983, p.mwauy 143.
cite-note-154. L.A.Seneca, mwausop. cit., p. 157.
cite-note-1616. Federico Zucchelli, mwau8op. cit., Scipioni, 2006, p. 60.
cite-note-1717. mwavmBertrand Russell, mwavqElogio dell'ozio, Longanesi, 1963.
cite-note-185. P. Lafargue, mwavgop. cit., p. 62.
cite-note-196. P. Lafargue, mwavwop. cit. ibidem.
cite-note-2020. mwawamwaweKarl Marx e mwawiEngels, mwawmmwawqL'ideologia tedesca. mwawy«[…] in tutte le rivoluzioni sinora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra distribuzione di questa attività , di una nuova distribuzione del lavoro ad altre persone, mentre la rivoluzione comunista si rivolge contro il modo dell’attività che si è avuto finora, sopprime il lavoro […]»
cite-note-217. mwawoJerome Klapka Jerome, mwawsGli oziosi pensieri di un ozioso, Milano, Rizzoli, 1953.
cite-note-228. mwaw8Ivan Goncarov, mwaxamwaxeOblomov, BUR, 2010.
cite-note-2323. mwaxu(mwaxymwaxcEN) Tim Kreider, mwaxgmwaxkThe 'Busy' Trap, su mwaxoOpinionator, 30 giugno 2012. mwaxsURL consultato il 17 giugno 2025.

Bibliografia

• mwax8Robert Louis Stevenson, mwayaElogio dell'ozio, mwayeStampa Alternativa
• mwaymBertrand Russell, mwayqElogio dell'ozio, mwayuLonganesi & C., 1963
• mwaycGianni Fantoni, mwaygBreve, ma utile, guida alla Pigrizia, Zelig Editore, 1995
• mwayoDomenico De Masi, mwaysOzio Creativo, Rizzoli, 2002
• mway0Hermann Hesse, mway4Il piacere dell'ozio, Newton, 1995
• mwazaJean Soldini, mwazeIl riposo dell'amato. Una metafisica per l'uomo nell'epoca del mercato come fine unico, Milano, mwaziJaca Book, 2005
• mwazqTom Hodgkinson, mwazuL'ozio come stile di vita, Rizzoli, 2005
• mwazcPaul Lafargue, mwazgmwazkIl diritto alla pigrizia (e qualche preghiera capitalista), Piano B, 2009

Voci correlate

• mwaz0Accidia
• mwaz8Cura di sé
• mwaaeOzio creativo
• mwaauRelaxnews
• mwaacVizio

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Collegamenti esterni

• citereftreccani-itozio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
• mwaa4(EN) "Il socialismo e la questione della Domenica", su marxists.org, articolo di E.B. Bax, apparso nel 1884 sul Justice. URL consultato il 2 gennaio 2019.